PostHeaderIcon Suor Maria Eugenia Tronconi

SUOR MARIA EUGENIA TRONCONI

 

Nacque il 18 maggio 1898, a Cava Manara (Pavia), da ottimi genitori che le diedero, nel santo Battesimo, i nomi di Leopoldina Maria Francesca. In seguito ad una terribile scottatura, il suo calvario cominciò da piccola e, fin d’allora, diede segni inconfondibili di quella fame di sacrificio, di quella fermezza di volontà e di quella generosità di cuore che, via via, la condussero ad una vera maturità morale ed alla vitale immolazione di se stessa al Signore per la conversione ed il ritorno all’unità piena e visibile  di tutti i fratelli cristiani.

lncontratala dopo la Pasqua del 1945, all’ospedale di S. Giovanni in Laterano, in circostanze veramente misteriose ed in condizioni misere e pietose, la portammo in un angusto ed oscuro abitacolo della soffitta, a tetto fortemente degradante, della famosa Villa Massimo al Laterano, da dove partivamo e sperimentavamo i primi nostri tentativi di apostolato per l’unità.  In quella soffitta, quando i suoi dolori erano più acuti, Dina spesso cantava con la sua bella voce: «Ricordati di me, o Signore, ora e nella mia morte», poi, rivolta a se stessa, continuava: «Canta, canta Dina, che ti passa».

Nei momenti in cui si credeva sola, essa, che, sana, pesava oltre i sessanta chilogrammi, ringraziava il Signore di averla ridotta in quel misero stato e, scherzando col suo cognome «Tronconi », così pregava e parafrasava: O Gesù, tronca pure il mio corpo e spezza le mie ossa, purchè si riuniscano tutti i fratelli cristiani e si cementino nell’unità cattolica. Il  suo stomaco non riteneva più ormai che le Sacre Specie.

Dopo la Santa Comunione rimaneva profondamente assopita, come se i dolori lancinanti, che la facevano ininterrottamente spasimare scomparissero in quel momento.  Per speciale concessione questo caro abitacolo venne confortato, non solo dalla Comunione quotidiana, ma anche, e spesso, dalla celebrazione della Santa Messa, a volte in rito latino, a volte in rito orientale.

Non so come ancora possa vivere; comprende ancora tutto; parla poco, e di tanto in tanto il suo corpo ha dei sussulti e delle contrazioni come se subisse strappi di muscoli o rottura di ossa. Povera Dina. La sua fine dev’essere prossima. Il Rev.mo Padre Procuratore Generale dei Trappisti: P. Barbaroux, che conosceva Dina da quando essa era Aspirante Trappista a Grottaferrata, la viene a trovare assieme ad altri Padri, e mi concede di farle fare la professione religiosa dei voti solenni in “articulo mortis”. Ella al sentir questo si è messa a piangere dalla gioia. “Oh Gesù - diceva - non potevate darmi grazia più grande di questa: diventare tua sposa e poi morire, sul letto della croce, con le ginocchia e le membra spezzate, esangue, come Te.... Sì, o Gesù: così sia!

A tarda sera, vedendola aggravarsi, ho chiamato Giuseppina e Giulia, mi sono messo la cotta e la stola e, dopo di averla preparata accuratamente e aver ricevuta, ancora una volta - per sua espressa volontà - la sua confessione generale, mentre essa stringeva tra le sue mani scarnificate e scheletrite  il Divin Crocifisso e le due figliole reggevano con una mano il suo capo e,  con l’altra, una candela accesa,  ho letto la formula Rituale di professione propria dell’Ordine di S. Benedetto, che firmò di suo pugno, prendendo il nome di Suor Maria Eugenia dell’Unità della Chiesa in omaggio alla Madonna e al Papa, mentre poi andava sommessamente ripetendo la sua solita invocazione: «O Gesù tronca il mio corpo e spezza le mie ossa, ma riunisci i fratelli dispersi». Avuta «in extremis» l’Apostolica Benedizione del Santo Padre, e rivolta a noi tutta sorridente esclamò: «Io ho  finito la mia corsa ed ho consumata la mia oblazione per l’unità di tutti i cristiani; ora tocca a voi».

Sono le 22,30. Giuseppina e Giulia vegliano ancora con le candele accese in mano. Suor Eugenia ha il respiro lento e ansimante. Ma il suo volto è sempre sorridente - e le sue labbra di tanto in tanto si dischiudono per dire: “Così o Signore! Sì, che essi si riuniscano e che io mi spezzi: così vuole il mio cognome, così vuole la mia vocazione, il mio sposalizio. Così, o Signore, sì! Così! Io vi amo per questo!

Essa mi ha promesso ripetutissimamente che dal  Cielo mi avrebbe tanto aiutato e che avrebbe pagato tutti i suoi “grandi delitti verso di me con la borsa della Divina Provvidenza”.

Questa sera nessuno di noi ha mangiato. Io vado or in cappella a pregare or in soffitta a vedere e a confortare Suor Eugenia, il cui corpo viene sempre più misteriosamente straziato tanto che, ad un certo momento, mi induco di proporle una iniezione di antidolorifici ma essa rifiuta dolcemente dicendo: “Sono le ultime sofferenze, bisogna sfruttarle, perché dopo non avrò più niente da offrire per i fratelli”.

Poco dopo, mentre tutte le campane di Roma suonavano il mezzogiorno, ricevuta già l’Estrema Unzione, aprendo i suoi occhioni pieni di luce e raccogliendo tutta la voce che poteva avere, disse: «Ecce ancilla Domini, fiat unum Ovile et unus Pastor» e spirò dolcemente: era il primo agosto del 1945, festa di San Pietro in Vincoli; le campane di Roma suonavano ancora

Il suo corpo era come una larva, pesava solo diciotto chilogrammi; le sue carni erano consumate; le sue ossa erano frantumate... “Per i fratelli cristiani separati, affinché si riuniscano e si faccia un solo Ovile con un solo Pastore”.

Così furono gli ultimi suoi istanti, in piena cognizione, quasi senza parole. L’Apostolo del nostro Ideale, S. Pietro, la volle liberare dai vincoli terreni e portarla all’eterna  magione proprio nella festa sua. Giuseppina, la sorella, piangeva a dirotto... La notizia della morte di Suor Eugenia si sparse nelle case vicine e tra le buone persone che prima venivano a trovarla per raccomandarsi alle sue preghiere. A tarda sera, dopo di aver preparato la camera ardente proprio nella stanza antistante alla Cappella nostra, la portai sulle mie stesse braccia  dalla soffitta alla camera ardente, giù a pian terreno. Era leggera come un fuscello! Mi sembrava di portare un sacro ostensorio! Dietro a me Giuseppina e Giulia, come se fossero in processione, pregavano  discendendo lentamente per le scale. Non dimenticherò mai questa scena! Ora, rivado col pensiero alle ultime ore di vita di Suor Eugenia  e mi rammarico di non esserle stato più costantemente vicino, non per confortarla, ma per apprendere il segreto di quel suo sorridere, di quel suo sguardo oltre il lucernario. Così passano le anime sulla terra: le spose dell’Altissimo! Così Suor Eugenia dell’Unità della Chiesa.

“Oh! Essa, concludeva il Padre, non mi abbandonerà. Ne sono convinto!”

I suoi resti mortali riposano, in una devota cripta, qui a Taddeide, vicino a quelle del nostro venerato Padre e sono, per noi,  méta di intimi colloqui che ci corroborano l’animo e spronano la volontà a consumare la nostra vita in totale oblazione ut omnes unum in Christo et in Ecclesia

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